lunedì 8 agosto 2016

In lungo e in largo per il Canin

Il monte Canin è il monte che domina la pianura friulana, non ci sono santi né paragoni. Dal capoluogo udinese si nota specialmente nel tardo pomeriggio quando mostra prepotente la sua roccia bianca. Pare quasi innevato tanto è il contrasto  della sua roccia con il cielo e con le prealpi che nel frattempo si oscurano nella penombra. I Musi, montagne di tutto rispetto, davanti a lui sembrano collinette, spariscono letteralmente. Per la sua vicinanza col mare gode di un ecosistema unico al mondo che abbina alta montagna e ghiacciai a zone carsiche aride come poche altre. Nella zona ci sono parecchi abissi che suscitano l'interesse dei geologi di tutto il mondo. Recente è un articolo in proposito
http://www.meteoweb.eu/2016/06/geologia-importante-scoperta-scientifica-grotta-nel-massiccio-del-canin/698728/
Anche Kugy, il cantore delle Giulie che aveva delle parole di apprezzamento per ogni montagna a lui cara, diceva che il Canin tra tutte era la più bizzarra. C'era salito almeno una trentina di volte in vita sua, diceva, e sebbene del punto di vista alpinistico non ci fosse molto da fare su questo gruppo, il Canin per lui era la montagna delle sorprese, la più strana e misteriosa. "Una vita intera non sarebbe sufficiente per esplorarne tutti i segreti", diceva. Oggi ho cercato di cogliere qualcuno di questi segreti. Anni fa ho percorso l'affollata ferrata Julia e la singolare, bella ed esposta via delle cenge. Questa volta ho percorso le altre due vie di salita, attraversando la parte  centrale del gruppo da ovest verso est, salendo prima al Picco di Carnizza tramite la ferrata Grasselli e scendendo dal monte Forato a Sella Prevala. Questo itinerario permette di esplorare la zona nord del ghiacciaio del Canin, l'affilata cresta e la lunare e calda zona sud in un colpo solo.
Mi trovo alle 8:40 alla cabinovia Canin, 10 euro andata e ritorno per il rifugio Gilberti. Scendo dalla cabinovia e parto immediatamente verso il ghiacciaio. In questo tratto supero una coppia di tedeschi e raggiungo un terzetto di escursionisti dal buon passo che accompagno fino a quasi al ghiacciaio. I tre salgono a fianco del ghiacciaio verso l'attacco della Julia, io decido di piegare a destra verso est senza traccia, puntando alla base del Picco di Carnizza ed evitando di perdere quota e scendere fino al bivacco Marussich. Vado ad istinto, seguo delle tracce su ghiaie e una volta sotto al Picco di Carnizza sento voci e sassi in caduta provenire dalla ferrata che mi fanno capire di essere vicino all'attacco. Effettuando questo taglio ho risparmiato almeno 40 minuti e 200 metri di dislivello ma è indispensabile sapersi muovere su un terreno incerto e fuori traccia. Individuo due persone sulla ferrata e il sentiero che arriva da Sella Grubia passa poco sopra di me su prati. Raggiungo il sentiero e in meno di 5 minuti sono alla targa di via della ferrata dove fotografo con curiosità dei fossili ben visibili sulla rocce circostanti, uno addirittura ha la forma di cuore. Leggendo le relazioni qua e là so che mi aspetta una salita impegnativa da questo punto in avanti. La ferrata aiuta la progressione solo nella prima parte e nonostante un paio di passaggi atletici leggermente strapiombanti non presenta grosse difficoltà. Molti sono gli appigli e laddove mancano sono stati rimpiazzati da scalini, maniglie e fittoni. Non la definirei una ferrata molto difficile se non altro per la brevità (direi 30-45 minuti). Poco prima di arrivare alla cima raggiungo i due ragazzi che erano in ferrata prima di me coi quali scambio due parole. Mi dicono di aver dormito al bivacco e di essere intenzionati a scendere da sella prevala verso il bivacco Modonutti Savoia e che questa è la loro prima ferrata. Sinceramente rimango un po' sbigottito, sono due bravi ragazzi si capisce subito ma con tutti i mezzi di informazione che ci sono al giorno d'oggi (20 anni fa reperire informazioni per frequentare la montagna era estremamente più complicato e si basava principalmente su testimonianze dirette e libri) prima di intraprendere un'escursione uno dovrebbe informarsi benissimo. Gli spiego che come prima ferrata non è il massimo, che è una delle più impegnative e che soprattutto da lì in avanti non ci sarà più il cavo a dare sicurezza ma ci si dovrà muovere su creste molto esposte. Gli consiglio che qualora dovessero trovarsi in difficoltà, la cosa migliore sarebbe tornare indietro; anche se percorrere la ferrata in discesa non è il massimo è comunque meglio che proseguire senza la dovuta sicurezza. Loro si fermano un po' a prendere fiato, io li saluto e proseguo arrivando in cima al Picco in pochi minuti. Scatto alcune foto, bevo e riparto scendendo la cresta successiva per portarmi alla forcellina tra il Picco di Carnizza e il Canin. Questa prima discesa mette subito alla prova l'escursionista. Inizialmente si svolge su ghiaie scendibili con un po' di dimestichezza, poi prosegue su una lastra piuttosto liscia inclinata verso destra (sud) mentre a sinistra verso nord scende pressoché verticalmente, rendendo molto eccitante la percorrenza sul filo (ci si tiene comunque istintivamente un po' più verso destra). Arrivati alla forcella si ricomincia a salire per cresta con esposizione talvolta molto forte. Tuttavia avevo letto di passaggi esposti di I e II grado non protetti. Devo dire che passaggi di secondo grado non ce ne sono poiché le mani si usano più per l'equilibrio che per la progressione. Sembra a tratti la cresta est del Montasio che si percorre uscendo dalla Findenegg, solo che invece di durare 10 minuti dura circa il doppio. Ad un certo punto infatti il sentiero abbandona la cresta e si sposta su canalini sul lato sud della cresta. Da qui in poi le difficoltà diminuiscono, sebbene una volta terminato il canalino e tornati in cresta ci siano ancora un paio di passaggi esposti, sempre di primo grado. Poco sotto la vetta incontro i tre escursionisti che avevo agganciato un paio di ore prime che si apprestano a scendere dalla via che sto completando. Sono persone esperte si capisce che sanno cosa stanno facendo. Si meravigliano un po' di vedermi praticamente in cima considerando che il mio percorso è ben più lungo. Gli chiedo di verificare se i ragazzi dietro si sentono a loro agio, visto che da qui si vedono piuttosto bene e sono ancora alle prese con la discesa sulla placca dal Picco di Carnizza. Un po' troppo lenti direi, forse non sanno cosa fare. Saluto i signori e riprendo a salire, in 5 minuti arrivo in cima dove pochi minuti dopo vengo raggiunto dalla coppia di tedeschi incontrati in mattinata poco distante dalla sella del Bila Pec. Il panorama dalla cima oggi è stupendo, solo il mare stenta a farsi distinguere a causa dei vapori che d'estate occupano la bassa pianura. Si vedono tutti i giganti, i vicini Montasio, Jof Fuart e Mangart ma anche le altre Giulie tra le quali spicca su tutte il Triglav con la sua forma che ricorda il canino di Dracula. Ad ovest invece si distinguono i soliti fantastici tre, Antelao Pelmo e Civetta. Mi fermo a parlare con i due tedeschi, sono bavaresi e sono qui in ferie, conoscono San Daniele per il prosciutto ma non ci sono mai stati. Mi racontano che giovedì scorso sono saliti sulla cima di Terrarossa; gli spiego che io quel giorno ero sulle Cime Castrein, non lontano da loro. Mi dicono che dalla cima di Terrarossa ricordano di aver avvistato 3 persone sulle cime davanti al Jof Fuart... Che coincidenza! Probabilmente ero proprio io con i due escursionisti croati. Anche noi riuscivamo a vedere la Cima di Terrarossa ma la luce a sfavore non ci permetteva di distinguere persone sulla cima. Mi dicono che erano davvero in tanti in cima quel giorno ma si sa... La cima si presta molto e regala un panorama quasi pari a quello del più difficile Montasio. E' normale e giusto che ad agosto ci sia la folla... Ci scattiamo reciprocamente le foto con la croce, poi loro decidono di ripartire per consumare le loro vivande un po' più al riparo dal vento. Io rimango ancora un po' a scattare foto, intanto vengo raggiunto da un'altra comitiva di una decina di persone tra le quali riconosco un mio ex compagno di corso di ingegneria a Trieste... Altra coincidenza! Ci salutiamo, faccio alcune foto al gruppo con i vari telefonini e infine li saluto e riprendo a scendere. L'idea è quella di percorrere la via delle cenge. Passo davanti all'attacco della Julia e all'attacco della via delle cenge, proseguo in cresta sul versante sud puntando diritto verso la base del monte Forato. Raggiungo un bivio poco chiaro, devido di prendere a destra e di salire ancora un cimotto, quello che sulla cartina è indicato come Vrh Osojnic. Da lì c'è una bella visuale sul territorio sloveno e mi perdo anche lungo il percorso a fotografare un paio di abissi che si aprono ai lati del sentiero. Questa zona è incredibile per la speleologia, al di sotto del massiccio ci sono diversi impressionati abissi profondi chilometri. Ma non sono ancora speleologo... Lascio volentieri l'esplorazione degli abissi a qualcun altro, mi intimoriscono ben di più del vuoto aperto. Lancio un sasso grande come un limone dentro uno di questo, lo sento cadere in profondità per almeno una trentina di metri. Poi non odo più nulla. Speriamo di non aver centrato qualche speleologo in esplorazione... Al bivio precedente prendo questa volta a sinistra e mi trovo tosto in vista degli impianti di risalita sloveni che partono da Bovec. Qui proseguo tenendomi alto e individuo il caratteristico foro del monte Forato. Il sentiero permette di salirci fino a guardarci attraverso, dall'altro lato soffia un vento freddo e si vede il gruppo del Montasio! Due stambecchi si arrampicano sulle cenge sopra il foro, scatto un paio di foto ma sono piuttosto timorosi se paragonati a quelli del Montasio che ormai si comportano come degli animali domestici. Ridiscendo dal foro, evito di perdere quota e mi tengo sul sentiero alto che porta a Sella Prevala. Incontro un'altra escursionista straniera e solitaria intenta a mangiare il suo panino scalza, probabilmente anche lei come me aveva gli scarponi fumanti. Saluto e proseguo. Nella discesa dalla sella al rifugio incontro ancora molte persone intente a scendere, sono per lo più famiglie straniere con figli e nipotini. Le signore più anziane sono belle rosse, fa effettivamente un caldo atroce camminando su queste ghiaiose piste da sci in veste estiva. Appena arrivo salgo subito sulla seggiovia e scendo alla macchina, sono quasi le 15:30 e non ho tempo oggi per fermarmi in rifugio a bere la birra. Tempo totale del giro 6 ore e mezza comprese le soste per 14 Km ma è un tempo poco indicativo considerando la scorciatoia presa per l'attacco della ferrata. Mi si è bloccato il gps logger per cui non ho la traccia... Peccato perché poteva essere utile la scorciatoia.

Mangart e Jalovec al mattino dai pressi di sella Bila Pec

Fossili

Il fossile a forma di cuore

Verso il Sart, più dietro il Coglians

I gruppi Montasio-Jof Fuart

Quel che resta del ghiacciaio a nord
La zona nord con Mangart, Jalovec e Triglav sullo sfondo

Dove una volta c'era il ghiacciaio... rimangono le rocce rosastre
Uno dei pochi tratti attrezzati sulla cresta ovest del Canin

Guardando indietro la cresta appena percorsa del Picco di Carnizza

Jof Fuart e Mangart




La cresta verso ovest

Il Montasio dalla cima - da questo lato non incute timore

La piramide dello Jof Fuart

Il sentiero del rientro corre verso est al di sopra delle ghiaie

In lontananza le dolomiti più famose

L'altopiano sud del Canin


Ancora verso i ghiacciai

Abisso nei pressi del Vrh Osojnic

Il foro!

Da vicino

Stambecchi popolano le cenge


Fioriture gialle...

...e azzurre


Uno stambecco nei pressi degli impianti di Sella Prevala

Traccia approssimativa nel tratto della scorciatoia


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