lunedì 8 agosto 2016

In lungo e in largo per il Canin

Il monte Canin è il monte che domina la pianura friulana, non ci sono santi né paragoni. Dal capoluogo udinese si nota specialmente nel tardo pomeriggio quando mostra prepotente la sua roccia bianca. Pare quasi innevato tanto è il contrasto  della sua roccia con il cielo e con le prealpi che nel frattempo si oscurano nella penombra. I Musi, montagne di tutto rispetto, davanti a lui sembrano collinette, spariscono letteralmente. Per la sua vicinanza col mare gode di un ecosistema unico al mondo che abbina alta montagna e ghiacciai a zone carsiche aride come poche altre. Nella zona ci sono parecchi abissi che suscitano l'interesse dei geologi di tutto il mondo. Recente è un articolo in proposito
http://www.meteoweb.eu/2016/06/geologia-importante-scoperta-scientifica-grotta-nel-massiccio-del-canin/698728/
Anche Kugy, il cantore delle Giulie che aveva delle parole di apprezzamento per ogni montagna a lui cara, diceva che il Canin tra tutte era la più bizzarra. C'era salito almeno una trentina di volte in vita sua, diceva, e sebbene del punto di vista alpinistico non ci fosse molto da fare su questo gruppo, il Canin per lui era la montagna delle sorprese, la più strana e misteriosa. "Una vita intera non sarebbe sufficiente per esplorarne tutti i segreti", diceva. Oggi ho cercato di cogliere qualcuno di questi segreti. Anni fa ho percorso l'affollata ferrata Julia e la singolare, bella ed esposta via delle cenge. Questa volta ho percorso le altre due vie di salita, attraversando la parte  centrale del gruppo da ovest verso est, salendo prima al Picco di Carnizza tramite la ferrata Grasselli e scendendo dal monte Forato a Sella Prevala. Questo itinerario permette di esplorare la zona nord del ghiacciaio del Canin, l'affilata cresta e la lunare e calda zona sud in un colpo solo.
Mi trovo alle 8:40 alla cabinovia Canin, 10 euro andata e ritorno per il rifugio Gilberti. Scendo dalla cabinovia e parto immediatamente verso il ghiacciaio. In questo tratto supero una coppia di tedeschi e raggiungo un terzetto di escursionisti dal buon passo che accompagno fino a quasi al ghiacciaio. I tre salgono a fianco del ghiacciaio verso l'attacco della Julia, io decido di piegare a destra verso est senza traccia, puntando alla base del Picco di Carnizza ed evitando di perdere quota e scendere fino al bivacco Marussich. Vado ad istinto, seguo delle tracce su ghiaie e una volta sotto al Picco di Carnizza sento voci e sassi in caduta provenire dalla ferrata che mi fanno capire di essere vicino all'attacco. Effettuando questo taglio ho risparmiato almeno 40 minuti e 200 metri di dislivello ma è indispensabile sapersi muovere su un terreno incerto e fuori traccia. Individuo due persone sulla ferrata e il sentiero che arriva da Sella Grubia passa poco sopra di me su prati. Raggiungo il sentiero e in meno di 5 minuti sono alla targa di via della ferrata dove fotografo con curiosità dei fossili ben visibili sulla rocce circostanti, uno addirittura ha la forma di cuore. Leggendo le relazioni qua e là so che mi aspetta una salita impegnativa da questo punto in avanti. La ferrata aiuta la progressione solo nella prima parte e nonostante un paio di passaggi atletici leggermente strapiombanti non presenta grosse difficoltà. Molti sono gli appigli e laddove mancano sono stati rimpiazzati da scalini, maniglie e fittoni. Non la definirei una ferrata molto difficile se non altro per la brevità (direi 30-45 minuti). Poco prima di arrivare alla cima raggiungo i due ragazzi che erano in ferrata prima di me coi quali scambio due parole. Mi dicono di aver dormito al bivacco e di essere intenzionati a scendere da sella prevala verso il bivacco Modonutti Savoia e che questa è la loro prima ferrata. Sinceramente rimango un po' sbigottito, sono due bravi ragazzi si capisce subito ma con tutti i mezzi di informazione che ci sono al giorno d'oggi (20 anni fa reperire informazioni per frequentare la montagna era estremamente più complicato e si basava principalmente su testimonianze dirette e libri) prima di intraprendere un'escursione uno dovrebbe informarsi benissimo. Gli spiego che come prima ferrata non è il massimo, che è una delle più impegnative e che soprattutto da lì in avanti non ci sarà più il cavo a dare sicurezza ma ci si dovrà muovere su creste molto esposte. Gli consiglio che qualora dovessero trovarsi in difficoltà, la cosa migliore sarebbe tornare indietro; anche se percorrere la ferrata in discesa non è il massimo è comunque meglio che proseguire senza la dovuta sicurezza. Loro si fermano un po' a prendere fiato, io li saluto e proseguo arrivando in cima al Picco in pochi minuti. Scatto alcune foto, bevo e riparto scendendo la cresta successiva per portarmi alla forcellina tra il Picco di Carnizza e il Canin. Questa prima discesa mette subito alla prova l'escursionista. Inizialmente si svolge su ghiaie scendibili con un po' di dimestichezza, poi prosegue su una lastra piuttosto liscia inclinata verso destra (sud) mentre a sinistra verso nord scende pressoché verticalmente, rendendo molto eccitante la percorrenza sul filo (ci si tiene comunque istintivamente un po' più verso destra). Arrivati alla forcella si ricomincia a salire per cresta con esposizione talvolta molto forte. Tuttavia avevo letto di passaggi esposti di I e II grado non protetti. Devo dire che passaggi di secondo grado non ce ne sono poiché le mani si usano più per l'equilibrio che per la progressione. Sembra a tratti la cresta est del Montasio che si percorre uscendo dalla Findenegg, solo che invece di durare 10 minuti dura circa il doppio. Ad un certo punto infatti il sentiero abbandona la cresta e si sposta su canalini sul lato sud della cresta. Da qui in poi le difficoltà diminuiscono, sebbene una volta terminato il canalino e tornati in cresta ci siano ancora un paio di passaggi esposti, sempre di primo grado. Poco sotto la vetta incontro i tre escursionisti che avevo agganciato un paio di ore prime che si apprestano a scendere dalla via che sto completando. Sono persone esperte si capisce che sanno cosa stanno facendo. Si meravigliano un po' di vedermi praticamente in cima considerando che il mio percorso è ben più lungo. Gli chiedo di verificare se i ragazzi dietro si sentono a loro agio, visto che da qui si vedono piuttosto bene e sono ancora alle prese con la discesa sulla placca dal Picco di Carnizza. Un po' troppo lenti direi, forse non sanno cosa fare. Saluto i signori e riprendo a salire, in 5 minuti arrivo in cima dove pochi minuti dopo vengo raggiunto dalla coppia di tedeschi incontrati in mattinata poco distante dalla sella del Bila Pec. Il panorama dalla cima oggi è stupendo, solo il mare stenta a farsi distinguere a causa dei vapori che d'estate occupano la bassa pianura. Si vedono tutti i giganti, i vicini Montasio, Jof Fuart e Mangart ma anche le altre Giulie tra le quali spicca su tutte il Triglav con la sua forma che ricorda il canino di Dracula. Ad ovest invece si distinguono i soliti fantastici tre, Antelao Pelmo e Civetta. Mi fermo a parlare con i due tedeschi, sono bavaresi e sono qui in ferie, conoscono San Daniele per il prosciutto ma non ci sono mai stati. Mi racontano che giovedì scorso sono saliti sulla cima di Terrarossa; gli spiego che io quel giorno ero sulle Cime Castrein, non lontano da loro. Mi dicono che dalla cima di Terrarossa ricordano di aver avvistato 3 persone sulle cime davanti al Jof Fuart... Che coincidenza! Probabilmente ero proprio io con i due escursionisti croati. Anche noi riuscivamo a vedere la Cima di Terrarossa ma la luce a sfavore non ci permetteva di distinguere persone sulla cima. Mi dicono che erano davvero in tanti in cima quel giorno ma si sa... La cima si presta molto e regala un panorama quasi pari a quello del più difficile Montasio. E' normale e giusto che ad agosto ci sia la folla... Ci scattiamo reciprocamente le foto con la croce, poi loro decidono di ripartire per consumare le loro vivande un po' più al riparo dal vento. Io rimango ancora un po' a scattare foto, intanto vengo raggiunto da un'altra comitiva di una decina di persone tra le quali riconosco un mio ex compagno di corso di ingegneria a Trieste... Altra coincidenza! Ci salutiamo, faccio alcune foto al gruppo con i vari telefonini e infine li saluto e riprendo a scendere. L'idea è quella di percorrere la via delle cenge. Passo davanti all'attacco della Julia e all'attacco della via delle cenge, proseguo in cresta sul versante sud puntando diritto verso la base del monte Forato. Raggiungo un bivio poco chiaro, devido di prendere a destra e di salire ancora un cimotto, quello che sulla cartina è indicato come Vrh Osojnic. Da lì c'è una bella visuale sul territorio sloveno e mi perdo anche lungo il percorso a fotografare un paio di abissi che si aprono ai lati del sentiero. Questa zona è incredibile per la speleologia, al di sotto del massiccio ci sono diversi impressionati abissi profondi chilometri. Ma non sono ancora speleologo... Lascio volentieri l'esplorazione degli abissi a qualcun altro, mi intimoriscono ben di più del vuoto aperto. Lancio un sasso grande come un limone dentro uno di questo, lo sento cadere in profondità per almeno una trentina di metri. Poi non odo più nulla. Speriamo di non aver centrato qualche speleologo in esplorazione... Al bivio precedente prendo questa volta a sinistra e mi trovo tosto in vista degli impianti di risalita sloveni che partono da Bovec. Qui proseguo tenendomi alto e individuo il caratteristico foro del monte Forato. Il sentiero permette di salirci fino a guardarci attraverso, dall'altro lato soffia un vento freddo e si vede il gruppo del Montasio! Due stambecchi si arrampicano sulle cenge sopra il foro, scatto un paio di foto ma sono piuttosto timorosi se paragonati a quelli del Montasio che ormai si comportano come degli animali domestici. Ridiscendo dal foro, evito di perdere quota e mi tengo sul sentiero alto che porta a Sella Prevala. Incontro un'altra escursionista straniera e solitaria intenta a mangiare il suo panino scalza, probabilmente anche lei come me aveva gli scarponi fumanti. Saluto e proseguo. Nella discesa dalla sella al rifugio incontro ancora molte persone intente a scendere, sono per lo più famiglie straniere con figli e nipotini. Le signore più anziane sono belle rosse, fa effettivamente un caldo atroce camminando su queste ghiaiose piste da sci in veste estiva. Appena arrivo salgo subito sulla seggiovia e scendo alla macchina, sono quasi le 15:30 e non ho tempo oggi per fermarmi in rifugio a bere la birra. Tempo totale del giro 6 ore e mezza comprese le soste per 14 Km ma è un tempo poco indicativo considerando la scorciatoia presa per l'attacco della ferrata. Mi si è bloccato il gps logger per cui non ho la traccia... Peccato perché poteva essere utile la scorciatoia.

Mangart e Jalovec al mattino dai pressi di sella Bila Pec

Fossili

Il fossile a forma di cuore

Verso il Sart, più dietro il Coglians

I gruppi Montasio-Jof Fuart

Quel che resta del ghiacciaio a nord
La zona nord con Mangart, Jalovec e Triglav sullo sfondo

Dove una volta c'era il ghiacciaio... rimangono le rocce rosastre
Uno dei pochi tratti attrezzati sulla cresta ovest del Canin

Guardando indietro la cresta appena percorsa del Picco di Carnizza

Jof Fuart e Mangart




La cresta verso ovest

Il Montasio dalla cima - da questo lato non incute timore

La piramide dello Jof Fuart

Il sentiero del rientro corre verso est al di sopra delle ghiaie

In lontananza le dolomiti più famose

L'altopiano sud del Canin


Ancora verso i ghiacciai

Abisso nei pressi del Vrh Osojnic

Il foro!

Da vicino

Stambecchi popolano le cenge


Fioriture gialle...

...e azzurre


Uno stambecco nei pressi degli impianti di Sella Prevala

Traccia approssimativa nel tratto della scorciatoia


giovedì 4 agosto 2016

Cime Castrein

Anche oggi si parte in modalità lupo solitario. La mia compagna preferisce, a ragione, riposarsi un po'. Gli altri che potrebbero seguirmi su questo tipo di giro sono chi ancora al lavoro chi invece ad arrampicare su qualche via. Tra le mete possibili ci sono Nabois Grande, Ceria Merlone e Cime Castrein. Scelgo quest'ultima, probabilmente quella più impegnativa dal punto di vista fisico ma devo mettermi un po' alla prova per eventuali uscite ancora più impegnative... Mi sento bene, sveglia alla 6:00, colazione dei campioni con tarallucci e già che ci sono mi faccio una fialetta di un potente ricostituente che ho sempre avuto paura di usare, un mix di guaranà, ginseng e pappareale col quale dovrei arrivare a scalare quantomeno un 7000. Arrivo a Sella Nevea, parcheggio dietro alla caserma della guardia di finanza, indosso gli scarponi e finalmente parto. Sono le 8, fa un po' fresco ma parto con la sola maglietta a maniche corte. Il primo tratto, all'ombra del bosco è abbastanza piacevole sebbene sia in parte su sterrata. Il primo traguardo di oggi è il Passo degli Scalini, uno dei più belli e benché non sia una cima può rappresentare benissimo il traguardo di un'escursione per i meno allenati (sono già 800 metri circa di dislivello). Qui mi fermo anche per spalmarmi un po' di crema solare, c'è qualche nuvola in giro ma la giornata sarà prevalentemente soleggiata. Solo sul Montasio, anche oggi, dalle 10 del mattino in poi ci sarà una nuvola permanente che mi impedirà la vista della cima. Per un attimo ho provato un po' di piacere in questo, memore della giornata nuvolosa avuta sabato sul re delle Giulie... Avrei rosicato un po' se oggi la cima fosse stata completamente libera! In realtà mi spiace per tutti quegli escursionisti che oggi sicuramente avranno provato a salirci. Tuttavia sulla mia meta, sul Jof Fuart e ful Canin la giornata è stata discreta. Solo Mangart e Jalovec, dalla tarda mattinata, mostreranno il loro cappello vaporoso. Punto diretto alla seconda tappa, forcella Lavinal dell'Orso. In questo tratto mi sento davvero bene, esageratamente bene tanto da credere di essere tornato ai fasti di un tempo. Ci sono state delle escursioni negli anni passati in cui mi sembrava di non stancarmi mai, di poter affrontare qualsiasi cosa. Oggi per un discreto periodo mi sono sentito così. L'unica pecca sono gli scarponi che ancora mi fanno un po' di attrito sul tallone. Ad un certo punto mi devo fermare per vestire il secondo calzino, cosa che mi aiuterà e non poco ad alleviare il fastidio. Dal Lavinal sulla destra si diparte il primo tratto dell'Anita Goitan che attraversa le Cime Castrein e scende dall'altro versante a Forcella Mosè. Questo è il primo tratto di questo aereo percorso (Anita Goitan) che si sviluppa sopra i 2000 metri e attraversa tutto il gruppo del Jof Fuart. In questo tratto c'è da dire che è molto meno "acrobatico", ci sono pochissime attrezzature fisse e il percorso si svolge per lo più su cenge erbose piuttosto che su cengioni di dolomia. In questo tratto il sentiero è anche piuttosto esposto, si sviluppa su ripidi verdi dove una scivolata è da evitare assolutamente. Concordo con chi dice che il verso di percorrenza migliore è quello orario proprio per percorrere questo tratto in salita. Da evitarsi assolutamente con terreno bagnato. Il sentiero mi porta fin sotto alle mie cime, io salirò sulla più semplice - ma non banale- cima est.  Quando arrivo un po' sotto i due cocuzzoli terminali sento che le mie certezze di poco prima circa la mia invincibilità iniziano a sgretolarsi... Ho le gambe un po' pesantine e  mi sento molto sollevato dal sapere di essere praticamente arrivato. Poco prima di imboccare la deviazione scorgo 20 metri davanti a me due escursionisti croati che però proseguono mancando la deviazione. Penso che forse hanno altri programmi per cui non mi preoccupo più di tanto. Quando si arriva al primo tratto attrezzato bisogna ricordarsi di tornare indietro alcuni metri per imboccare sulla destra (tornando indietro, salendo è sulla sinistra) la traccia che sale alla forcellina tra la cima est e l'antecima est. Dalla forcellina una caratteristica scalinata scolpita sulla roccia permette di salire un primo tratto di una ventina di metri . Salgo quindi la scalinata, ho letto che è molto esposta e che qualcuno ha avuto problemi a salirla. Sinceramente penso che fosse molto peggio il tratto sul pendio erboso appena percorso, ma si sa, la percezione del rischio purtroppo è spesso soggettiva. La gente spesso confonde esposizione diretta con rischio per cui non è oggettiva nella valutazione. Salita la rampa mi trovo davanti ad una grande trincea della quale si nota principalmente la grande nicchia scavata a picconate: ma guardando bene ci si accorge che tutta la cima è letteralmente bucata da numerosi scavi... Qui gli alpini italiani e austro-ungarici hanno davvero creato dei capolavori che al giorno d'oggi non so chi sarebbe in grado di ripetere. Onore ai caduti di quella folle guerra. Salgo la paretina finale, sulla destra dell'apertura, ed arrivo finalmente in cima dove mi aspetta una bellissima, semplice e perfettamente a tema piccola croce di vetta in filo spinato. Altre croci più invasive non si sarebbero sposate così perfettamente con il posto. Tolgo lo zaino, mi cambio la maglietta e vedo sull'antecima est i due croati che, avendomi visto in cima ben più alto di loro, valutano il da farsi per giungere sulla mia cima. La discesa diretta dall'antecima alla forcella dove inizia la scalinata è esposta e su terreno sdrucciolevole. Li avviso che secondo me farebbero bene a tornare indietro e a trovare l'attacco da me percorso per raggiungermi. Vedo che accettano il consiglio. In poco meno di un quarto d'ora sono da me sulla cima. Sono un signore con la sua compagna. Lui è un omone di quasi un metro e novanta, fisico asciutto, con la barba e uno sguardo che ispira fiducia. Lei è una bionda signora forse leggermente più giovane di lui, sicuramente meno disinvolta nel districarsi sulle rocce ma comunque in ottima forma. Ci salutiamo, ci scattiamo reciprocamente le nostre foto di vetta e  parliamo alcuni minuti del ghiacciaio del Canin, di altre escursioni fatte in zona, del percorso fatto , del rifugio Corsi e del simpatico gestore. Infine ci salutiamo, io ho già mangiato e scattato foto in abbondanza ed è venuto il momento di scendere per me. Ritorno al sentiero e continuo verso Forcella Mosè. In questo tratto il sentiero è molto più comodo e sicuro sebbene in alcuni punti si debba andare un po' ad intuito visto il basso numero di segnavia. Niente di preoccupante comunque, il sentiero porta in breve a Forcella Mosè dove ricompaiono numerosi gli stambecchi. Poco più sotto, sono le 13:30 circa, incontro un signore che sale da solo e che mi chiede informazioni sulla Forcella di Riofreddo. E' dall'altra parte dell'Anita Goitan! Gli chiedo se vuole andarci per scendere al rifugio Pellarini in val Saisera e mi risponde di sì, che l'idea è quella. Gli spiego che la strada è lunga e che ci vorranno almeno 4-5 ore per arrivare al Pellarini da lì. Mi risponde che ci sono almeno altre 7 ore di luce per cui si può provare... Non capisco se mi sta prendendo in giro visto che tuttavia è stato in grado di individuare la forcella da questa distanza (si intravedeva appena). Comuqnue sia lo saluto e gli auguro un buon proseguimento del giro. Arrivo al rifugio Corsi, non ci entro però anche se mi avrebbe fatto piacere salutare Cristiano, conservo dei bellissimi ricordi di questo posto. Svolto a destra e salgo sotto le pareti dell'Ago di Villaco, passo per la parete delle gocce e inizio la faticosa risalita al Passo degli Scalini... saranno circa altri 150 metri di dislivello che aggiunti ai 1400 fatti fino ad ora fa un totale di 1550m di dislivello fatti in giornata. Non male! Dopo il passo la discesa prosegue più semplice nonostante il mal di piedi inizi a farsi sentire piuttosto vivacemente. Arrivo al parcheggio dove alla fontana mi rinfresco, tolgo gli scarponi e bagno i piedi doloranti con grande sollievo. Riparto con la macchina caldissima, il volante scotta e i 2,5 litri portati al seguito oggi sono finiti tutti. Escursione grandiosa ma richiede un'ottima preparazione fisica.

Dislivello 1690m, tempo di salita 3:30 discesa 3 ore escluse soste.

Visualizza tracciato gps

Mangart e Jalovec al mattino

Il Canin

Il rifugio Corsi e il sentiero che percorrerò al rientro

Forcella Lavinal dell'Orso

Gli amici croati sull'antecima est

La cima ovest

Il motivo per cui salire fino qui

La stupenda croce di vetta

Trinceramenti sulla cima ovest, sembra una bocca triste

Montasio tra le nuvole

Ancora il Canin, dietro alle banconate di Punta Plagnis

Sempre lui. Da qui e solo da qui è una piramide perfetta

La famosa scala nella roccia


Quanti stambecchi ci sono?

La cima est dall'antecima


Stambecchi sopra il Corsi

Canin di sera...

Il rifugio Corsi, fu Capanna Findenegg in tempo di guerra

Trinceramenti


Fioriture
Risalita al Passo degli scalini
Mangart e Jalovec nelle nuvole
Margherite di montagna


sabato 30 luglio 2016

Jof Di Montasio, 4 anni dopo via Findenegg

Sabato 30 luglio 2016. Manco da 4 lunghi anni dalla cima del Montasio; decido pertanto che il primo giorno ufficiale di ferie devo metterci una pezza e interrompere questa ingiustificata assenza. Non trovo compagni disposti ad aggiungersi all'impresa per cui affronterò la salita in solitaria. Confesso che non mi dispiace la cosa, quando salgo da solo sono molto più attento ai dettagli, vedo cose e sfumature che spesso in compagnia mi perdo. Alle 8:15 al parcheggio dei piani del Montasio c'è già la folla. Fortunatamente salendo alla forca Disteis realizzo che sarò l'unico a salire sul Re delle Giulie dall'amato canalone Findenegg, la vera via normale di salita. Del resto la via sud della Pipan, con i suoi 60 metri di artificiosa scala verticale, non può essere certamente considerata una via normale. In beata solitudine dunque proseguo verso la Grande Cengia, mi faranno compagnia in questo tratto i numerosi stambecchi che si alterneranno vicino a me almeno fino al bivacco Suringar, il nido delle aquile. Mi perdo un po' con loro, li fotografo in varie posizioni e loro sembrano gradire. Una sosta al bivacco per cambiare la maglietta e riparto di slancio verso la cima. La prima parte del canalone è semplice e non si supera mai il primo grado. Solo alla fine, due strozzature richiedono un maggior utilizzo delle braccia e danno a questa via la classificazione di II grado. Gli ultimi metri prima dell'uscita avverto un po' di stanchezza, i muscoli delle gambe non sono quelli degli anni passati complice un intervento al menisco e cartilagine di fine aprile. Esco in cresta, LA CRESTA per eccellenza, per godermi gli ultimi 5 minuti di cielo aperto, da lì a poco un nuvolone avvolgerà la cima e non se ne andrà più. Mi viene anche tolta la visuale sulla Torre Nord, ci tenevo molto oggi. So che è lì sotto poco distante in linea d'aria ma non riesco a vederla, le nuvole la celano completamente. Arrivo in vetta, dall'altro versante sono arrivate in cima solo 4 persone che stanno mangiando i loro panini, qualcuno anche si sta bevendo la meritata birretta. Decido di aspettare un po' tuttavia passa un'ora e il cielo è sempre più coperto, siamo a fine luglio ma il freddo alle mani mi fa capire che i gradi sopra allo zero sono meno di una manciata. Arrivano anche gli ultimi ritardatari, decido che è ora di ripartire e scendere. A casa mi aspettano come sempre un po' in ansia, li capisco e sono sempre dispiaciuto per questo. Sarei in ansia anche io se sapessi che i miei cari sono in montagna da soli... Ma non lo so come spiegarlo che di me possono fidarsi... :)
Scendo, incontro alcune persone che stanno rientrando perché non se la sentono di salire con quel tempo. Comprensibile. C'è da dire che la loro forma fisica e la loro agilità nell'arrampicarsi dovrebbe piuttosto fargli capire che forse per il Montasio non sono pronti, che dovrebbero fare un po' di gavetta e gamba prima sulle cime più semplici. Ma al giorno d'oggi è così, la gente non ama perdere tempo con le cime minori, tutti vogliono subito il Montasio, Coglians, Jof Fuart, Mangart senza perdere tanto tempo. Ad un certo punto uno di questi signori alle prese con la ritirata, quando oramai fuori dagli strapiombi mi tolgo il casco, mi redarguisce "Giovanotto (avrà avuto la mia età), bei capelli riccioli ma il casco si dovrebbe tenere su!". Gli rispondo che siamo oramai fuori dal pericolo di caduta sassi per cui è superfluo ma lui replica di nuovo "Il casco serve anche in caso di scivolata, protegge la nuca" Mah... Non è mica un casco integrale! Si può sempre scivolare per cui, secondo lui, il casco si dovrebbe tenerlo sempre su. A questo punto lui ritratta un po' e iniziamo a parlare di altre cose per alcuni minuti... Arrivati al ghiaione terminale saluto e scendo velocemente verso l'auto sebbene la fatica alla fine si fa sentire bene. Arrivo all'auto con temperature prossime ai 25 gradi e un sole quasi insopportabile. E il Montasio è ancora sotto il suo grigio cappello....



1400 metri di dislivello complessivo, 3:00-3:30 per la salita, 1:30-2:00 per la discesa. Imbrago da utilizzarsi secondo coscienza eventualmente sulla scala Pipan e nei brevi tratti attrezzati a monte e a valle della stessa. Canalone Findenegg da farsi solo in salita, in discesa diventa difficoltoso individuare i segnavia fatti più per essere visti da chi sale. Cresta ovest molto esposta su ambo i lati richiede passo fermo e assenza di vertigini.



Link al percorso gpx visualizzato su mappa


Dai pressi di forca Disteis


Stambecchi per nulla intimoriti posano per l'obiettivo




Lungo la Grande Cengia




Sopra il bivacco Suringar


Nuvole si apprestano a coprire la cresta ovest appena percorsa


L'adrenalinica cresta da percorrere all'uscita dal canalone
Stambecchi perfino in cima!
10 minuti dopo... le nebbia si impossessano della cima